Potrei dire, raccontare, tante cose. Potrei. Potrei proprio evitare di scrivere: il rapporto con questo posto è in continua trasformazione ed è semplicemente un effetto di come mi stia adeguando all’incombere di nuovi eventi e di quanto stia perdendo il conto delle trame e dei nodi, rischiando un groviglio. Un groviglio lo risolvi o tagliando dei fili o cercando di risalire con l’efficienza di un pettine per pidocchi ai nodi principali. Tra il dire e il fare c’è sempre un abisso. Avevo progettato di andarmene in giro per varie tappe questo mese, ma mi trovo impantanato in una guerra di logoramento fatta di mobili da montare, elettrodomestici da comprare e probabilità e imprevisti che saltano fuori tipo come quando stai perdendo a Monopoli e la sfiga regna sovrana ed andare in prigione senza passare dal via è soltanto una salvezza. Questo succede quando si aprono nuovi capitoli. E ti accorgi che le note in calce non ci sono, ma devi andare avanti spinto da un istinto sintropico non meglio definibile. Attaccamento alla vita, lotta all’entropia, focalizzazione delle energie per il raggiungimento di un obiettivo su un livello superiore. Le grandi conquiste dell’umanità sono state tutte ottenute col sudore, nonostante quello che qualcuno ci vorrebbe far credere. Il lavoro, forza per spostamento, non è mai virtuale, ma c’è sempre qualcuno che lo compie e c’è sempre l’attrito. Sempre. L’ottimismo è in mansarda. Proprio davanti all’abbaino aperto, per far prendere aria che ancora c’è puzza di solventi nell’aria. E’ tutto così nuovo e c’è il continuo rischio di sporcarsi le mani e gli abiti di vernice. E poi bisogna anche fare i ritocchi alle pareti. Ci vorrebbe un po’ di quell’aria secca del deserto per fare asciugare tutto presto.


