Sì, viaggiare…

Posted: 27 novembre 2011 in Uncategorized

 

C’è grossa crisi.

 

Giochi allo specchio. Caleidoscopi. Tolgo un velo di sabbia sottile dal vetro con la mano sinistra. La destra al volante. E quello è il guaio. Mi ero tanto preoccupato di andare, correre, tanto da dimenticare di osservare attorno a me il panorama. Eppure anche quando sembra che tutto attorno sia monotono, non è detto che sia così, perché il bello è negli occhi di chi guarda e nelle rughe di sabbia modellate dal vento torrido del sud, lì sulle dune ocra. Avevo bisogno di fermarmi un attimo e giocare con la sabbia, farla scorrere tra le dita a misurare il tempo. Sentire il vento e poi ripartire più sereno.

Ubi maior, minor cessat…

Posted: 2 ottobre 2010 in Uncategorized

Che dire… eccomi qua! Il cambio di indirizzo imposto da WLS mi ha fatto riscoprire questa piattaforma. Nel lontano maggio 2008 avevo aperto questo blog su WP e ora mi danno la possibilità di importare i contenuti del vecchio blog WLS su WP… Perfetto! Che dire…

Si era capito l’andazzo da qualche tempo, a luglio avevo scritto il mio praticamente ultimo post su WLS, in cui dicevo che quel posto ormai mi andava stretto, così come a tanti altri blogger. In bocca a lupo a WLS per la nuova avventura editoriale e di marketing. Benvenuto MiM sur WP.

E-marginazione

Posted: 30 luglio 2010 in Computer e Internet
 
 
Lentamente questo posto diviene verso un social network. La mia domanda è: dal bruco nascerà una farfalla o una brutta copia di Facebook?
L’accesso ai blog viene sempre più marginalizzato rispetto a strumenti prima puramente accessori. Live ha capito che per fare soldi non ci vogliono i contenuti, oggi come oggi, ma puro e semplice rumore prefabbricato. Nel mare della rete quindi si punta alla pesca a strascico piuttosto che a raffinata ed elitaria pesca d’altura.
Lo sviluppo dei blog ha subito da queste parti un vero e proprio arresto, a meno delle modifiche su commenti per realizzare dei minifeed sullo stile dei social network. In un futuro dove il contenuto non ha spazio, dopo un certo tempo, sufficientemente lungo, che cosa ne sarà dell’umanità? Quale il principio sintropico che assicuri una nuova evoluzione? La risposta secondo me è semplice, cambiare piattaforma, non legarsi ad un solo fornitore di servizi e diversificare la propria offerta. Oggi ho aperto il mio Twitter e a breve sarò chiamato a scegliere il mio hub di informazioni che finora è stato questo posto. Penso ad una struttura che possa godere di tutti i vantaggi che può dare una rete piccolo-mondo.
 
 
 
Potrei dire, raccontare, tante cose. Potrei. Potrei proprio evitare di scrivere: il rapporto con questo posto è in continua trasformazione ed è semplicemente un effetto di come mi stia adeguando all’incombere di nuovi eventi e di quanto stia perdendo il conto delle trame e dei nodi, rischiando un groviglio. Un groviglio lo risolvi o tagliando dei fili o cercando di risalire con l’efficienza di un pettine per pidocchi ai nodi principali. Tra il dire e il fare c’è sempre un abisso. Avevo progettato di andarmene in giro per varie tappe questo mese, ma mi trovo impantanato in una guerra di logoramento fatta di mobili da montare, elettrodomestici da comprare e probabilità e imprevisti che saltano fuori tipo come quando stai perdendo a Monopoli e la sfiga regna sovrana ed andare in prigione senza passare dal via è soltanto una salvezza. Questo succede quando si aprono nuovi capitoli. E ti accorgi che le note in calce non ci sono, ma devi andare avanti spinto da un istinto sintropico non meglio definibile. Attaccamento alla vita, lotta all’entropia, focalizzazione delle energie per il raggiungimento di un obiettivo su un livello superiore. Le grandi conquiste dell’umanità sono state tutte ottenute col sudore, nonostante quello che qualcuno ci vorrebbe far credere. Il lavoro, forza per spostamento, non è mai virtuale, ma c’è sempre qualcuno che lo compie e c’è sempre l’attrito. Sempre. L’ottimismo è in mansarda. Proprio davanti all’abbaino aperto, per far prendere aria che ancora c’è puzza di solventi nell’aria. E’ tutto così nuovo e c’è il continuo rischio di sporcarsi le mani e gli abiti di vernice. E poi bisogna anche fare i ritocchi alle pareti. Ci vorrebbe un po’ di quell’aria secca del deserto per fare asciugare tutto presto.
 
 
 

Spesso per vicoli tortuosi

Posted: 4 aprile 2010 in Poesia

 

 

Spesso per viottoli tortuosi
quelque part en Algerie
del luogo incerto
che il vento morde,
la tua pioggia il tuo sole
tutti in un punto
tra sterpi amari del più amaro filo
di ferro, spina senza rosa
ma già un anno è passato,
è appena un sogno:
siamo tutti sommessi a ricordarlo.

Ride una larva chiara
dov’era la sentinella
e la collina
dei nostri spiriti assenti
deserta e immemorabile si vela.

(Vittorio Sereni)

 

 

(E. Hopper)

 

Quei bambini che giocano

Posted: 2 marzo 2010 in Poesia

 

 

Un giorno perdoneranno
se presto ci togliamo di mezzo.
Perdoneranno. Un giorno.
Ma la distorsione del tempo
il corso della vita deviato su false piste
l’emorragia dei giorni
dal varco del corrotto intendimento:
questo no, non lo perdoneranno.
Non si perdona a una donna un amore bugiardo,
l’ameno paesaggio d’acque e foglie
che si squarcia svelando
radici putrefatte, melma nera.
"D’amore non esistono peccati,
s’infuriava un poeta ai tardi anni,
esistono soltanto peccati contro l’amore".
E questi no, non li perdoneranno.

                                 Vittorio Sereni

  

A Viagem

(Rafael Olbinski)

  

 

Dessert dans le desert

Posted: 25 febbraio 2010 in Corsi e ricorsi

 

 

Ma se un dromedario nero attraversa la strada, davanti alla jeep, porta sfiga? Oggi ce ne erano tre tra le dune ed hanno attraversato la strada poco più avanti, mentre ero in jeep con due colleghi locali che mi hanno dato un passaggio fino alla base dagli alloggi. Un esperienza poco usuale. In pochi giorni di permanenza avrò totalizzato un numero di dromedari superiori a quelli visti tra circhi e zoo in infanzia. Non c’é molta vita in giro e questo rende questo evento fortuito in qualche modo speciale. Del resto non mi posso lamentare neppure più di tanto, poiché ieri sera c’è stata una specie di festa con tanto di cena all’aperto al Bateau, un simpatico edificio a forma di nave che funge da ritrovo per gli eventi solenni. Si festeggiava il 24 febbraio. Mi hanno detto che è la data di ricorrenza della nazionalizzazione degli idrocarburi… Magari per noi sarà strano, ma per un paese che ci campa e che ha questo e i datteri, sarà importante come data. La vera indipendenza è sempre quella economica e così l’Algeria liquidò la Francia seriamente, dopo l’indipendenza politica. Resta oggi quella tecnica e tecnologica, ma dubito che ci riusciranno in questo settore. Stasera nuova festa per celebrare la fête du "Mawlid Ennabaoui Echarif" del 25 febbraio. Qualcuno perserà che non si faccia altro. Si lavora e duro qua. Tutto questo movimento, tra l’altro, capita in giorni in cui persone che hanno lavorato qua per anni, vanno via per altre destinazioni. Il turn-over generazionale e gli avanzamenti di carriera. Poi c’è chi resta con i soli avanzi.

 

 

 

 

 
 
Se penso al caos di due settimane fa, il soggiorno qua in Algeria, seppure con turni forzati di lavoro, risulta essere una vacanza rilassante. L’intera faccenda, costosa tra l’altro, del trasloco è stata una disperata impresa fino alle ultime forze. Lunedì 15 febbraio sono partito alla volta del deserto algerino e la settimana prima ho dovuto ripristinare lo stato originario della mia stanza. Generalmente non conto sull’aiuto degli altri per faccende interne. Non faccio come qualcuno pronto a schiavizzare l’incauto/a di turno per utilizzarlo come bestia da soma. Ma se anche avessi voluto, in quei giorni erano ben pochi quelli disponibili a Milano che potessero aiutarmi. I pochi che si sono fatti avanti per tenermi le cose che avanzavano e non sono riuscito a spedire per questione di organizzazione sono stati però cruciali. Anche se non hanno di certo reso semplice la questione. Avevo dei mobili Ikea da dismettere in tempi brevi, ma alla fine li ho dovuti spedire a casa a Napoli per disposizione. Ceduti gratis, manco la buona volontà di venirseli a prendere. Avrei dovuto prendere un furgone in affitto e andarglieli a montare fino a casa per evitare di doverli smaltire. O magari invece della libreria Ikea potevo prendere una in ebano intarsiato in avorio, magari sarebbe stato più appetibile. Alla fine ho spedito tutto a casa, per disperazione, che alla fine pur mi servono queste cose giù ed evito di doverle prendere ex novo all’Ikea di Afragola. Una volta smontati il costo di spedizione era irrisorio. Il proprietario neppure li ha voluti; la reggia che mi aveva affittato aveva fin troppo mobilio, tanto che ho dovuto procurarmi quei mobili. Smonta, impacchetta e spedisci. Ho fatto concorrenza ai browser per internet in quei giorni. Poi quando la sorte si accanisce, l’uomo soccombe. In tutto il caos del trasloco, sono cominciati i lavori nel palazzo, per le scale. E quindi litiga con i grezzissimi mutatori (un napoletano, un rumeno e un nordafricano, secondo l’organigramma aziendale) per potere passare coi pacchi e con l’inderogabile partenza alle porte, col rischio di dovere pagare un paio di mesi di affitto al proprietario se non avessi lasciato la stanza. Alla fine dietro lauto compenso mi hanno aiutato a portare giù (palazzina anni ’60 senza ascensore, scelta per la vicinanza al lavoro e per scappare da dov’ero prima) i 280 chili di libri imballati in 14 scatole a neutroni. Alla fine ho dovuto lasciare comunque alcune cose da amici e ex-coinquilino resisi disponibili a tenermi qualche scatolo. Dulcis in fundo, avevo le cose da spedire in Algeria invece che a Napoli. Unico intralcio Alitalia esosa per i chili in eccesso di bagaglio. Dieci euro al chilo: i miei effetti personali costano come la carne di vitello per essere portati da Milano a Roma. Controlli doviziosi, trovate tracce di esplosivo sul mio zaino e quindi disfa tutto e fai controllare. A Ciampino ho scoperto che ci vuole la marca da bollo da 40 e passa euro per i paesi extraeuropei e la solerte poliziotta alla frontiera cercava di attaccare briga evidentemente per provocarmi e potere godere, in senso lato, nel farmi il verbale. Io da bravo e scaltro napoletano ho bisogno di ben altro per farmi gabbare così ed ho messo in atto una scena alla Dustin Hoffman che si rivolve a una non-Natalie Portman. Il bello, mi hanno poi detto, è che manco la devo pagare io la marca da bollo, viene rimborsata normalmente dall’azienda. Che si deve fare per campare. Se uno non sta attento nella vita ti ritrovi nei casini a gratis. Gli algerini si sono limitati a lagnarsi, ma in compenso hanno setacciato il bagaglio credendomi contrabbandiere o chissà che cosa. Di fatto se non avessi dichiarato alla dogana la macchina fotografica compatta (appena comprata, un paio di mesi fa, a 250 euro), se la sarebbero pigliata. Hanno poi visto con sospetto i miei integratori di Omega3. Mi drogo con l’olio di pesce, ciascuno ha i suoi problemi.
Ora ho la stanza (la terza che ho cambiato da quando sono arrivato con relativi minitraslochi) con questi trolley e borse che vagano da un alloggio all’altro in funzione dei vari problemi riscontrati o al ritorno del legittimo proprietario, siccome siamo in rotazione coi turni. Alla fine dei conti, nonostante il caos del posto di lavoro, qua mi sto riposando a confronto di quella terribile settimana.
 
 
 
 

 

 
 

Il progetto Saturno

Posted: 13 febbraio 2010 in Riflessioni e Rifrazioni
 
 
La metafora del progetto Saturno. Il comportamento umano, per quanto sia generato dalla più complessa macchina messa a punto dalla natura, trova delle analogie in tanti altri contesti. Alcuni inimmaginabili, altri insperati. Il progetto Saturno servì agli Stati Uniti per realizzare un vettore, un razzo, che potesse portare in qualche modo l’uomo sulla Luna. Un progetto ambizioso, spinto dalle rivalità con l’allora Unione Sovietica, che avrebbe consacrato tramite un enorme livello tecnologico il controllo dello spazio, un po’ come fu nel Cinquecento la scoperta di nuove terre oltre oceano per le potenze europee. Il razzo è formato da tre stadi, ciascuno ha un preciso obiettivo. Portare nello spazio un bestione enorme, serbatoio vuotati di combustibile, sarebbe uno spreco enorme, richiederebbe una quantità assurda di propellente per portare a destinazione spazzatura (ferraglia inutile, una volta che lo stadio ha esaurito il suo compito). Inoltre, ogni stadio del Saturno brucia un differente combustibile, ciascuno adatto alla parte di atmosfera che deve attraversare. Un giorno le spedizioni su altri pianeti useranno motori a ioni. Un motore a ioni sulla terra non farebbe altro che sfrigolare scintille senza muovere il carico di un centimetro. Nello spazio sono molto più potenti dei motori convenzionali che usano i classici propellenti chimici. Tutto questo può essere riportato alla vita di ciascuno di noi. È la metafora del razzo: ogni stadio della vita brucia un determinato combustibile ed ha una specifica funzione. Al momento opportuno c’è la necessità di staccarsi dallo stadio che ha esaurito il combustibile per andare avanti e vivere una nuova fase della vita con un nuovo combustibile, in grado di portarci dritti alla meta. Ecco, in questi giorni io mi sento così, come se stessi per staccarmi dallo stadio che ha esaurito in proprio combustibile, per viaggiare col nuovo stadio del missile verso gli obiettivi. Finisce il periodo milanese, comincia quello a cavallo tra Napoli e il Sahara. Nuovo lavoro, nuove condizioni, nuove avventure. Sarebbe comodo accomodarsi e rimanere nel grembo, ma la vita va continuamente affronatata. Il rischio è quello di crescere fuori senza crescere dentro. Il distacco dello stadio esaurito è un momento di crisi. Lo si affronta a cuor leggero se nello stadio precedente si è stati male, mentre può esser problematico se lo stadio è stata proprio una pacchia. Io credo che trovare il buono che sta nelle cose aiuti ad affrontare le crisi e i momenti che richiedono una nostra parte attiva nell’esistere, senza che le cose ci caschino semplicemente addosso e magari scivolino, senza lasciare poi nulla nel cuore. Per non parlare poi nella testa.